C’è un secondo motivo, indipendente dall’ortogonalità, per cui i Chebyshev compaiono ovunque: fra tutti i polinomi monici di un dato grado sono quelli che oscillano il meno possibile. Prima di enunciare il risultato conviene fissare due parole.
Il vincolo «monico» non è un dettaglio tecnico: senza di esso la domanda non avrebbe senso, perché il polinomio p\equiv0 darebbe \|p\|_\infty=0 e vincerebbe sempre. Fissare a 1 il coefficiente di x^n impedisce di abbassare l’ampiezza semplicemente moltiplicando tutto per una costante piccola: la gara si svolge fra polinomi della stessa taglia.
Dimostrazione. La dimostrazione si articola in cinque passi: i primi due verificano che \widetilde T_n ha davvero le proprietà annunciate, gli ultimi tre mostrano che nessun altro monico fa meglio. Poniamo per brevità
M=2^{1-n}.
Passo 1: \widetilde T_n è monico. Occorre sapere che il coefficiente di x^n in T_n vale 2^{n-1} per n\ge1. Lo si ottiene dalla formula di addizione del coseno
\cos\big((n+1)\theta\big)+\cos\big((n-1)\theta\big)
=2\cos\theta\,\cos(n\theta),
che, posto x=\cos\theta e usando 15.4, diventa la ricorrenza a tre termini
T_{n+1}(x)=2x\,T_n(x)-T_{n-1}(x),
\qquad T_0(x)=1,\quad T_1(x)=x.
\tag{15.6}
Indichiamo con a_n il coefficiente di x^n in T_n. Il prodotto 2x\,T_n alza il grado di uno e raddoppia il coefficiente di testa, mentre T_{n-1} ha grado n-1 e non contribuisce al termine di grado n+1: dunque a_{n+1}=2a_n. Siccome a_1=1, per induzione
a_n=2^{n-1},\qquad n\ge1 .
Moltiplicando T_n per 2^{1-n}, come in 15.5, il coefficiente di testa diventa 2^{1-n}\cdot2^{n-1}=1: \widetilde T_n è monico, come richiesto.
Passo 2: \widetilde T_n oscilla fra -M e +M toccando gli estremi n+1 volte. Da |T_n(x)|\le1 su [-1,1] segue subito
|\widetilde T_n(x)|\le M\qquad\text{per ogni }x\in[-1,1].
Consideriamo ora gli n+1 punti
y_j=\cos\frac{j\pi}{n},\qquad j=0,1,\ldots,n .
\tag{15.7}
Poiché il coseno è strettamente decrescente su [0,\pi] e gli angoli j\pi/n crescono, i punti sono ordinati in senso stretto:
1=y_0>y_1>\cdots>y_n=-1 .
Per 15.4 si ha T_n(y_j)=\cos(j\pi)=(-1)^j, e quindi
\widetilde T_n(y_j)=(-1)^j\,M,\qquad j=0,1,\ldots,n .
\tag{15.8}
Il valore massimo M viene dunque raggiunto in n+1 punti, con segni alternati: è il fenomeno di equioscillazione illustrato in Figura 15.1. In particolare \|\widetilde T_n\|_\infty=M, che è la prima affermazione del teorema.
Passo 3: la differenza con un concorrente. Sia ora q un polinomio monico di grado n che soddisfa
\|q\|_\infty\le M,
\tag{15.9}
e poniamo
d=\widetilde T_n-q .
Di d ci servono due proprietà.
Il grado cala. Entrambi i polinomi sono monici di grado n, quindi i loro termini x^n si cancellano nella differenza:
\deg d\le n-1 .
I segni si alternano. Moltiplichiamo d(y_j) per (-1)^j e procediamo un passaggio alla volta:
\begin{aligned}
(-1)^j\,d(y_j)
&=(-1)^j\,\widetilde T_n(y_j)-(-1)^j\,q(y_j)
&& \text{definizione di } d, \\[2pt]
&=M-(-1)^j\,q(y_j)
&& \text{perché } \widetilde T_n(y_j)=(-1)^j M, \\[2pt]
&\ge M-\bigl|q(y_j)\bigr|
&& \text{perché } (-1)^j\,q(y_j)\le\bigl|q(y_j)\bigr|, \\[2pt]
&\ge 0
&& \text{perché } \|q\|_\infty\le M.
\end{aligned}
\tag{15.10}
La seconda riga usa l’equioscillazione 15.8, l’ultima l’ipotesi 15.9. A parole: d(y_0)\ge0, d(y_1)\le0, d(y_2)\ge0, e così via, alternando.
Passo 4: d ha almeno n zeri, contati con molteplicità. Consideriamo gli n intervallini [y_{j+1},y_j] con j=0,1,\ldots,n-1 determinati dai punti 15.7.
(a) In ciascun intervallino c’è almeno uno zero. Per 15.10 i valori d(y_j) e d(y_{j+1}) hanno segni opposti in senso debole. Se uno dei due è nullo, lo zero è l’estremo stesso. Altrimenti i segni sono strettamente opposti e, essendo d continua, il teorema degli zeri fornisce uno zero interno all’intervallino.
(b) Uno zero che cade in un punto interno y_j (cioè con 0<j<n) è almeno doppio. Supponiamo d(y_j)=0, ossia q(y_j)=(-1)^jM. Allora la funzione q^2, che è derivabile, soddisfa q^2\le M^2 su tutto [-1,1] e raggiunge il valore M^2 nel punto y_j, che è interno all’intervallo: per il teorema di Fermat la sua derivata vi si annulla,
(q^2)'(y_j)=2\,q(y_j)\,q'(y_j)=0,
e poiché q(y_j)=\pm M\ne0 resta q'(y_j)=0. Lo stesso argomento applicato a \widetilde T_n, che per 15.8 tocca anch’esso il massimo in y_j, dà \widetilde T_n'(y_j)=0. Sottraendo, d'(y_j)=0: in y_j si annullano sia d sia d', cioè y_j è uno zero di molteplicità almeno due.
(c) Il conteggio. Assegniamo a ciascuno degli n intervallini uno zero in esso contenuto, che esiste per il punto (a). Uno stesso zero può essere assegnato a due intervallini soltanto se è un loro estremo comune, cioè un punto y_j con 0<j<n; ma per il punto (b) un tale zero ha molteplicità almeno due. Sommando le molteplicità degli zeri distinti così trovati si ottiene dunque almeno n.
Passo 5: conclusione. Un polinomio non identicamente nullo di grado \le n-1 ha al più n-1 zeri contati con molteplicità. Il Passo 4 ne esibisce almeno n, e l’unica via d’uscita è
d\equiv0,\qquad\text{cioè}\qquad q=\widetilde T_n .
Abbiamo quindi dimostrato che l’unico monico di grado n che soddisfa 15.9 è \widetilde T_n. Da qui seguono entrambe le affermazioni rimaste:
- nessun monico q può avere \|q\|_\infty<M, perché soddisfarebbe a maggior ragione 15.9 e sarebbe allora \widetilde T_n, la cui norma vale però esattamente M;
- se \|q\|_\infty=M allora 15.9 vale e quindi q=\widetilde T_n: il minimo è raggiunto da un solo polinomio.